Olympiastadion

TERRA!!! TERRA!!! - gridò la vedetta dal ponte della nave. Eravamo a Rostock, in Germania.

Diciamo che proprio a Rostock ci rimaniamo si e no 15 minuti, il tempo di comprare una bottiglia d’acqua ipergastatissima e raggiungere l’autobahn che ci porta a Berlino. Il mozzo mantiene una media alta ed in poco meno di 2 ore siamo nella capitale. Non fatichiamo troppo a trovare l’ostello – dopotutto il GPS che lo teniamo a fare? Il posto è davvero bello ed accogliente: ragazzi che bevono birra e chiacchieranno nella hall, un personale molto gentile e delle tessere magnetiche che permettono di andare un po’ ovunque. Dopo aver cenato dal kebabaro turco di turno ci intratteniamo a bere con tre ragazzi irlandesi ed uno di Cincinnati, Ohio. Ci si capisce poco ma si ride molto: sarà l’alcool? Praticamente crolliamo nei letti e ci svegliamo solo a mattinata inoltrata grazie ai rumori dei lavori che vengono dalla strada. Colazione veloce e si parte. Non abbiamo molto tempo da passare a Berlino, quindi dobbiamo scegliere accuratamente cosa vedere. Prima scelta obbligata: il muro, per ciò che è stato. Seconda scelta, ancora più obbligata: l’Olympiastadion, tempio dove undici azzurri sono andati a prendere la quarta stelletta.

Il muro lo troviamo facilmente: è un muro. Aggiungere altro è inutile: stiamo parlando del muro di Berlino. L’Olympiastadion è abbastanza lontano e per raggiungerlo attraversiamo tutto il centro della città. Una volta lì ci scappa quasi la lacrimuccia… meglio lasciar parlare le immagini.

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Dopo il dovuto pellegrinaggio ripartiamo alla volta di Praga. In questo momento ci troviamo nel mezzo di una tempesta, il tempo all’arrivo non si preannuncia buono, ma dopo tutta la strada che abbiamo fatto non ci spaventa più nulla (…o quasi).

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